Educare alla Pace attraverso il corpo

Viviamo in un’epoca che ci mette davanti a sfide senza precedenti.
Crisi ambientali e distruzione degli habitat, malattie legate allo stile di vita, livelli di stress cronico sempre più elevati, attenzione frammentata, ansia diffusa, conflitti sociali in aumento. A tutto questo si aggiunge un sentimento nuovo e pervasivo: l’eco-ansia, ovvero la sensazione di impotenza e scoraggiamento di fronte a problemi troppo grandi per essere affrontati individualmente.
Il risultato è evidente: i nostri corpi soffrono, le nostre menti si offuscano, i nostri spiriti entrano in tumulto.
Perdiamo progressivamente quella condizione che possiamo chiamare benessere: uno stato di armonia con noi stessi e con il mondo che ci circonda. E senza questa armonia, viene a mancare una precondizione fondamentale della pace.

La pace, infatti, non è solo assenza di conflitto. È una condizione interiore e relazionale, un equilibrio dinamico tra ciò che siamo e ciò che facciamo nel mondo.
Mi viene spesso in mente il film Avatar: il vero cambiamento non avviene attraverso la conquista o la forza bruta, ma quando si riconosce di essere parte di un tutto, in relazione profonda con il proprio ambiente e con gli altri esseri viventi. È un cambio di sguardo, prima ancora che di comportamento.

Da dove nasce davvero la pace?

Spesso ci chiediamo:
Come possiamo camminare verso la pace?
Che contributo possiamo dare, concretamente?
E quando parliamo di pace, dovremmo includere anche concetti come sostenibilità, cura del creato, responsabilità collettiva. Temi che oggi sembrano di moda, ma che raramente colleghiamo alla pace in modo profondo.
Forse, però, stiamo partendo dalla domanda sbagliata.
Prima di chiederci cosa fare, dovremmo chiederci:
chi siamo?
Senza una reale conoscenza di noi stessi, come possiamo sapere come agire nel mondo?
Quando una persona si conosce davvero, quando è in uno stato di benessere e di coerenza interiore, diventa naturalmente capace di vivere relazioni sane e di testimoniare percorsi di pace.
Non a caso, sul tempio di Apollo a Delfi era inciso: “Nosce te ipsum” – conosci te stesso.

Io sono il mio corpo

Il percorso di conoscenza di sé non può che partire dal corpo.
Eppure, nella triade corpo–mente–spirito, è spesso la dimensione più trascurata, considerata meno nobile, quasi secondaria rispetto alle sfide intellettuali o morali della vita moderna.
Viviamo in una società fortemente cognitiva: lavoriamo seduti, pensiamo molto, ci muoviamo poco.
Quanti svolgono un lavoro prevalentemente intellettuale?
Quanti hanno letto un libro negli ultimi due anni?
E quanti hanno letto un libro sulla cura del corpo?
Quanti praticano regolarmente attività fisica?

Eppure è proprio attraverso il corpo che facciamo la prima e più autentica esperienza di noi stessi anche in termini di consapevolezza e di identità.
Oltre alla capacità di auto percepirsi (propriocezione), l’esperienza corporea passa soprattutto attraverso due canali fondamentali:
il movimento, in particolare quello naturale (tema che riprenderemo in seguito);
la relazione, con gli altri e con l’ambiente.

*La propriocezione, ovvero la capacità di percepire il nostro corpo nello spazio, è una forma di intelligenza antica, istintiva, sempre attiva. Ma come ogni capacità, se non viene allenata, si assopisce. Il disuso del movimento impoverisce anche la consapevolezza di sé.

La relazione con gli altri: gioco, corpo, identità

La relazione autentica nasce primordialmente dall’interazione, dal contatto, dal gioco.
Il gioco, soprattutto quello fisico, è uno strumento potentissimo di scoperta di sé spesso sottovalutato, soprattutto in età adulta: permette di esplorare limiti, potenzialità, forza, consenso, identità.
Nel contatto fisico, il corpo attiva processi estremamente complessi e profondi: i recettori della pelle e dei tessuti raccolgono le informazioni sensoriali e inviano segnali al cervello, che non li registra solo come sensazioni, ma li integra con i sistemi emotivi e relazionali. Da qui deriva il rilascio di neurotrasmettitori e ormoni legati al benessere o allo stress. È un meccanismo biologico fondamentale per la sopravvivenza e la socialità.
Crescendo, il gioco può evolvere verso forme più simboliche e cognitive – strategia, tattica, appartenenza, tipo i giochi da tavolo o di carte – ma non dovrebbe mai perdere la sua dimensione relazionale.
Emergono però alcuni problemi evidenti:

  • il fenomeno degli hikikomori, nato in Giappone negli anni novanta in risposta alle pressioni psicologiche della società, ma ormai diffuso in tutte le società economicamente sviluppate del mondo occidentale; (Le cause possono essere sociali, familiari, individuali (disturbi, bassa autostima, famiglie disfunzionali). Ma anche dovuti al contesto sociale (cambiamenti economici, solitudine da device elettronici, bullismo, ecc).
  • la deprivazione del gioco, concetto che indica la mancanza di esperienze ludiche essenziali per lo sviluppo biologico, sociale ed emotivo. Può essere causata da fattori quali:
    – Spazi e attrezzature di gioco inadeguati o non sicuri
    – Una routine troppo strutturata che include troppi sport organizzati e poco tempo per la libera scelta
    – Momenti di gioco troppo brevi (anche a scuola)
    – Eccessivo consumo di tecnologia
    – Genitori/educatori troppo vigili, preoccupati per la sicurezza e che danno poco accesso al gioco libero e aperto
    – La carenza di gioco, relazione, sport, vita comunitaria, attività educative (scautismo), porta inevitabilmente a una perdita di benessere sociale, che si riflette poi su corpo e mente.

La relazione con la natura: riscoprirsi parte del sistema

Un altro pilastro fondamentale è la relazione con l’ambiente naturale.
Attraverso l’interazione con la natura, il corpo ritrova il proprio posto nel sistema vivente.
Ma oggi dobbiamo fare i conti con due grandi problemi:

  • la progressiva perdita di ambienti naturali;
  • il cosiddetto Nature Deficit Disorder, concetto introdotto da Richard Louv per descrivere le conseguenze della disconnessione dalla natura.

Queste questioni hanno un grosso impatto sulla biofilia, ovvero il legame innato che l’essere umano ha con la vita e con le altre forme viventi. Un legame che:

  • riduce lo stress,
  • migliora il benessere fisico e mentale,
  • potenzia le capacità cognitive,
  • promuove comportamenti sostenibili,
  • educa alla lentezza e alla bellezza.

La mancanza di natura è oggi associata a disturbi come ansia, depressione, ADHD, oltre a patologie fisiche legate alla sedentarietà, obesità, diabete, malattie cardiache.
Anche la mancanza di natura va dunque a ledere il nostro Benessere, sia fisico, che mentale.

Dal benessere alla forza

Il benessere è la base.
La salute è uno stato di benessere caratterizzato da un equilibrio fisico, mentale e sociale (raggiungibile tramite le relazioni con gli altri e con la natura). Ma è, per certi versi, una condizione passiva.
Essere in salute permette però di diventare forti.
Per Georges Hébert, la forza è lo sviluppo del pieno potenziale di sé.
Per Baden-Powell, è lo sviluppo di tutte quelle competenze (tecniche e soft) dell’uomo e della donna dei boschi o, meglio, ai nostri giorni, capaci di cavarsela nella vita.

La forza non è uno stato passivo di immobilità: prevede l’entrare in azione!
Il suo obiettivo finale è l’utilità, il servizio, la capacità di lasciare il mondo migliore di come l’abbiamo trovato.
È qui che il buon cittadino di Baden-Powell e l’eroe di Hébert coincidono. È qui che nasce la figura della donna e dell’uomo della Partenza: persone capaci di discernimento, responsabilità e testimonianza di pace tramite azioni e pensiero.

Conclusioni

Educare alla forza, attraverso il corpo, la relazione, la natura, perseguire dunque ma in maniera consapevole la nostra azione educativa tramite lo scautismo, è uno dei contributi più concreti ed efficaci che possiamo dare alla pace.
Non servono chissà quali azioni straordinarie o mediatiche.
Serve continuare a fare bene ciò che siamo chiamati a fare: educare persone complete, radicate, consapevoli.
Forse non costruiremo la pace di oggi.
Ma stiamo sicuramente gettando le basi per quella di domani.